Il design? Bello e per tutti

Evolve la cultura della progettazione, chiamata a considerare bisogno ed esigenze di tutti i fruitori

Il design? Bello e per tutti

Evolve la cultura della progettazione, chiamata a considerare bisogno ed esigenze di tutti i fruitori

Riprogettare il design, riprogettare la casa, gli ambienti di lavoro, riprogettare oggetti di uso quotidiano, ausili e strumenti perché possano essere fruiti – davvero e finalmente – da tutti. Non solo. Riprogettarli perché siano anche esteticamente gradevoli, eleganti e, perché no, cool. È questo il cuore dello human-centred design, ovvero:

«Un approccio alla progettazione che parte dalla comprensione dei bisogni e delle aspettative della persona, i quali costituiscono il riferimento dell’attività progettuale e sono al contempo strumento di verifica».

Ne parla Francesca Tosi, ordinaria di Disegno Industriale all’Università di Firenze e responsabile del Laboratorio di Ergonomia e Design (LED). La professoressa è autrice con lo studioso Mattia Pistolesi del libro “Home Care Design for Parkinson’s Disease – Il Design dell’ambiente domestico per persone con malattia di Parkinson: prodotti, servizi e ambienti per l’autonomia” (Franco Angeli, 2022, pag. 365, open source).

«Si tratta di un progetto nato in collaborazione con la Fondazione Zoè, che realizza azioni di comunicazione per promuovere una moderna cultura del benessere e della qualità della vita. Con loro abbiamo cercato di studiare, focalizzare e dare risposta alle esigenze dei malati di Parkinson in merito a prodotti, servizi e ambienti che ne garantissero l’autonomia, in particolare per la sanità, l’assistenza e la cura, sia negli ospedali che negli ambienti domestici».

Uno studio realizzato con il coordinamento scientifico, appunto, di Mattia Pistolesi, dottore di ricerca e professionista sui temi della usabilità dei dispositivi medici per ambiti ospedalieri e design per la sanità. A tal proposito afferma:

«Si tratta di un approccio multidisciplinare anzi, basato sull’interdisciplinarietà. Applichiamo metodi che ci aiutano a fare un’analisi ben dettagliata, compiamo interviste, osservazioni sul campo, usiamo messaggi telefonici creando empatia con i nostri interlocutori che sono poi gli utilizzatori finali. L’osservazione è durata un anno e mezzo e, a causa del Covid, attraverso la tecnologia “siamo entrati” nelle case delle persone, abbiamo visto come vivono la loro quotidianità e ci siamo fatti un’idea più approfondita delle criticità da risolvere».

Case accessibili

L’osservazione a distanza, compiuta attraverso la tecnologia, non ha snaturato il lavoro di ricerca coordinato dalla professoressa Francesca Tosi e dal professor Mattia Pistolesi, dell’Università di Firenze a cui ha partecipato un gruppo di lavoro composto da:

  • Prof. Leonardo Lopiano e dal Dott. Carlo Alberto Artusi dell’Università di Torino (area Neurologia);
  • Prof.ssa Linda Lombi dell’Università Cattolica Milano (area Sociologia);
  • Prof. Adson Eduardo Resende della Universidade de Minas Gerais (Brasile) (Area ingegneria di produzione);
  • Dott.ssa Francesca Filippi, Dott.ssa Ester Iacono e Dott.ssa Claudia Becchimanzi per l’Università di Firenze (area Design).

I risultati testimoniano una situazione paradossale:

  • Esistono dei fattori culturali pregiudiziali rispetto alla creazione di oggetti adatti alla disabilità che siano anche belli;
  • Le persone non conoscono le numerose soluzioni che sfruttano la tecnologia e poggiano sui principi dello human-centred design.

«Di più – continua Francesca Tosi – Sono gli stessi utilizzatori che troppo spesso si accontentano di quello che trovano a disposizione senza richiedere o andare a cercare qualcosa che può essere per loro più funzionale. Questo denuncia dunque un problema prima di tutto culturale, per cui occorre fare informazione e far conoscere soluzioni che sono presenti sul mercato, anche per sensibilizzare ulteriormente i designer».

Mattia Pistolesi cita qualche esempio concreto di progettazione bella e funzionale:

«La cucina Skyline_lab della linea Skyline, dell’azienda italiana Snaidero Rino, progettata dagli architetti Lucci e Orlandini. Uno splendido esempio di progetto inclusivo pensato per le persone su sedia a rotelle apprezzato e accettato anche dai giovani. La maniglia Leonardo, progettata dall’architetto italiano Fabrizio Bianchetti e prodotta dall’azienda Ghidini Pietro Bosco, è un altro esempio. Si tratta di uno dei primi prodotti italiani a mostrare attenzione alle diverse caratteristiche e capacità degli utenti e alle diverse modalità d’uso, tanto da essere ormai assunto come icona di progetto ideale. Per questo, le è anche stato attribuito il premio Design for All. Ci sono poi tante soluzioni progettuali poco note, come apribarattoli, dispositivi indossabili, arredi per letti ad altezza variabile… ».

Tra gli esempi virtuosi di design citati nel volume compaiono anche tre prodotti proposti da Wimed: si tratta di un letto girevole, un alzacoperte e un tavolino da letto – esempi concreti di come l’azienda sia particolarmente sensibile a questo tema.

La buona notizia viene anche dalle nuove generazioni, che si stanno dimostrando sempre più consapevoli e sensibili sulla necessità di progettare “per tutti”. Non a caso Lani Adeoye, la vincitrice del SaloneSatellite del Salone del Mobile, tenutosi a giugno, come molti giovani colleghi ha proprio lavorato su questo concetto.

In un panorama simile, come si muovono le aziende? La professoressa Tosi ritiene che:

«I grandi produttori di arredi stanno certamente prestando attenzione al tema, ma non hanno ancora capito quanto possa realmente essere grande il mercato. Eppure basta guardare i dati relativi all’invecchiamento della popolazione, incoraggianti per chi deve fare investimenti per prodotti che contengano elementi di facilitazione utili per la totalità della popolazione. Si parte dall’esigenza specifica per realizzare prodotti mainstream».

A volte sono le stesse persone che necessitano di usare gli ausili a fare resistenza. Perchè? Ritengono che il loro uso denunci, di fatto, la loro condizione di parziale o totale disabilità.

La cultura e la percezione comune però sono in continua evoluzione e ne è la prova il caso degli occhiali. Si tratta di strumenti ideati e realizzati per compensare le limitazioni visive, che però nel tempo sono diventati espressione dello stile della persona, oggetto di moda, accessorio che fa e alimenta tendenze. Più di recente, le bacchette per camminare, fino a poco tempo fa vissute come oggetto limitante, oggi sono utilizzate senza disagio.

francesca tosi

Francesca Tosi

Ordinaria di Disegno Industriale all’Università di Firenze e responsabile del Laboratorio di Ergonomia e Design (LED)

Mattia Pistolesi

Dottore di ricerca dell’Università di Firenze

DESIGN FOR ALL

Il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza

Il tema del design accessibile, bello e democratico ha radici antiche. Lo testimoniano i 25 anni di vita dell’associazione Design for All Italia, la cui mission è quella di promuovere e affermare un design che rappresenti appieno la diversità che attraversa l’uomo, dunque anche la disabilità e la terza età.

Ne è presidente Francesco Rodighiero, designer, co-fondatore nel 2014 del fablab Opendot e nel 2016 dell’organizzazione no-profit Hackability. A WimedYou Francesco Rodighiero spiega come il focus dell’attività siano proprio i giovani, chiamati a pensare materiali, interfacce, sistemi secondo un approccio che si focalizzi sul processo del design ricucito sulla persona:

«Identificazione del bisogno, requisiti di progetto, prototipazione…sono passaggi necessari per capire le esigenze delle persone e dare loro delle risposte. Ragion per cui lavoriamo spesso direttamente con le aziende per rendere il prodotto comprensibile ad esempio all’anziano, quando non ha la capacità di interfacciarsi agilmente con la tecnologia».

E siccome le buone prassi fanno storia, è nato nel tempo il Marchio di Qualità Design for All.

«Ci vengono sottoposti dei progetti e cerchiamo di creare best practice che ci aiutano a certificare le qualità Design for All e degli aspetti particolarmente inclusivi. Il nostro obiettivo è, infatti, lavorare sempre più sulla comunicazione, fattore chiave per sensibilizzare e costruire una cultura condivisa, votata, realmente, all’inclusione».

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